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La bustina suddista
La bustina suddista (con due "d"!) è la rubrica di Antonio Bianco.
Antonio Bianco nasce a Baselice in provincia di Benevento. Giornalista professionista si laurea in scienze politiche alla Sapienza di Roma. È stato cofondatore e direttore responsabile di “Orizzonti nuovi” organo dell’Italia dei valori. È stato redattore in testate locali e ha collaborato con testate nazionali. Ha pubblicato il libro “Modernizzazione e arretratezza in una comunità del Sannio”. Attualmente è freelance e blogger.
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IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO BIANCO
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Il brigante Secola
La sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario. Edizioni "Il Chiostro".
Questa è la storia di un brigante “per caso”: Antonio Secola, muratore del Fortore, area geografica montana della Campania, al confine con Puglia e Molise.
Secola si trova coinvolto, suo malgrado, nella violenta e cruenta vicenda del brigantaggio meridionale nell’Italia post-unitaria. I briganti, agli ordini di Michele Caruso, imperversano nella zona. Secola, scappato dal carcere di Campobasso, dov’era rinchiuso per un furto commesso per sfamare la sua famiglia, si fa brigante e ben presto conquista la fiducia dei suoi compagni e del comandante Caruso, tanto da diventare il suo luogotenente.
L’esercito piemontese, intanto, reprime ferocemente le rivolte, vere o presunte, dei briganti e quando Secola si rende conto che l’epilogo è vicino si consegna e confessa; avrà così salva la vita, ma sarà recluso fino alla fine dei suoi giorni nel penitenziario di Portolongone (Isola d’Elba).
La piccola storia di un uomo che, come tanti, viene travolto dagli eventi; ma sono gli uomini come Secola i veri protagonisti della storia. La “grande storia”, quella raccontata dai vincitori, sovrasta e dimentica le ragioni dei vinti; per questo molto ancora andrebbe indagato, per capire le ragioni delle vicende di cui ancora oggi subiamo le conseguenze.
visita il sito http://www.edizioni-ilchiostro.it/
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IL FEDERALISMO E GLI INSEGNANTI IN CAMICIA VERDE
Incredibile ma vero. Mentre continua a tagliare fondi alla ricerca e alla università, la Gelmini trova la copertura finanziaria per l’insegnamento del federalismo ai dirigenti degli enti locali. Infatti, se da un lato la ministra, con i suoi provvedimenti, cerca di espellere gli insegnanti meridionali dalle scuole del nord, dall’altro riesce a recuperare dieci milioni di euro per questa ennesima beffa ai danni dei cittadini del sud. Due milioni l’anno per cinque anni. È scritto, nero su bianco, nel testo della riforma che porta il suo nome. Si legge infatti all’articolo 28 della legge, che questi soldi serviranno “per concedere contributi per il finanziamento di iniziative di studio, ricerca e formazione sviluppate da università”. Ciò in vista “delle nuove responsabilità connesse all’applicazione del federalismo fiscale”.
Naturalmente tutto ciò è a carico di tutti i contribuenti e senza un concorso pubblico per accedere ai fondi. E naturalmente a decidere chi, come e quando si dovrà dedicare a questa nuova grande disciplina sarà lei. La Mariastella. Ma una domanda sorge spontanea: non è che a insegnare questa nuova materia saranno docenti in camicia verde?
28/02/2011
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FEDERALISMO SI...O NO?
Federalismo sì, federalismo no. Ma poi è certo che la Lega lo voglia veramente? Prima ha parlato di federalismo fiscale, poi demaniale e ora di quello municipale. Sta di fatto che in due anni e mezzo di governo Berlusconi del federalismo nemmeno l’ombra. Eppure è l’obiettivo principale dei bossiani. Allora ci si domanda: perché non lo si è incassato quando in parlamento c’era una maggioranza bulgara? E come mai se ne riparla proprio oggi quando Berlusconi è sommerso da scandali sessuali e il governo rischia seriamente di cadere?
La Lega si sa, sin da quando è scesa in campo ha sempre giocato su slogan da dare in pasto al proprio elettorato. Prima la secessione, poi il federalismo. Come dire: il popolo del nord ha bisogno di credere in qualcosa. Slogan, appunto. Mentre sta di fatto che proprio con questo stato centralizzato il settentrione ha sempre assorbito, come dimostrano vari studi, la maggior parte delle ricchezze nazionali. Il drenaggio dei fondi dal sud al nord è cosa antica. E allora una nuova domanda sorge spontanea. Ma conviene veramente ai leghisti il federalismo? Conviene perdere tutti quei privilegi conquistati con l’unità nazionale?
L’unica tassa realmente federalista, l’Ici, è stata smantellata proprio dal governo leghista-tremontiano. Ora si toglie ai comuni anche la gestione dei rifiuti. In diciassette anni cosa ha portato a casa Bossi in termini di autonomia? Nulla. L’unica riforma è stata quella del titolo del centrosinistra che ha dato più poteri alle Regioni. Stop. Eppure la Lega ha governato per intere legislature, ma del federalismo niente. O meglio l’unica forma di federalismo che interessa Bossi è l’occupazione sistematica di enti e istituzioni pubblici del nord, pagati con i soldi di «Roma ladrona», soldi di tutti, leghisti e non.
22/01/2011
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MENO CONSUMI, PIU' VOLTAGABBANA
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MENO CONSUMI, PIU' VOLTAGABBANA
Il Sud, la crisi e Tremonti
Per una volta il Sud non è solo tra le aree più colpite dalla crisi. C’è anche il Centro, e un po’ di Nord. A guidare, infatti, la classifica nella riduzione dei consumi ci sono le famiglie marchigiane (-8,1%), mentre quelle campane sono al terzo posto (-6,8%), appena dietro alle calabresi (-7,7%). E intanto che il governo a trazione leghista continua ad aumentare la pressione fiscale, i risultati emersi nei giorni scorsi da un’analisi dell’Ufficio studi degli artigiani di Mestre mostrano quanto hanno stretto la cinghia i cittadini in questa fase di recessione economica.
Negli ultimi tre anni le famiglie italiane hanno ridotto i consumi per un importo pari a 17,6 miliardi di euro, cioè del 5,2%. A livello territoriale, poi, i dati complessivi mostrano che la contrazione più forte si è avuta proprio in Campania, con 2,82 miliardi di euro. Ma a seguire c’è proprio la Lombardia, con meno 2,64 miliardi.
E se il mago della finanza creativa Tremonti si ostina a tagliare sugli investimenti (con la scusa di contenere il debito pubblico che nel frattempo è salito al 121 per cento), non ci vuole molto a capire che, in una situazione di crisi internazionale, le sue politiche economiche invece di stimolare la domanda hanno portato l’intero Paese tra gli ultimi in Europa in fatto di crescita, con un conseguente aumento della disoccupazione soprattutto nel Sud della Penisola .
Tuttavia, nonostante il disastro economico - le rivelazioni di questi giorni parlano di un crescente indebitamento delle stesse famiglie meridionali e della concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone - la papera è rimasta a galla grazie al voto di qualche voltagabbana di turno.
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FITTO E IL PAINO PER IL SUD
Il ministro Fitto l’aveva annunciato in pompa magna la settimana scorsa a «Ballarò»: per il Sud un piano da 100 miliardi di euro. E dopo qualche giorno il governo Berlusconi vara il decreto del non-c’è-nulla-dentro. D’altra parte le elezioni anticipate si avvicinano e il Mezzogiorno, si sa, è un bacino di voti dove tutti vogliono attingere. Se poi il Cipe destina realmente il 99 per cento dei denari alle opere delle regioni del Nord, un po’ di propaganda non guasta mai. La forbice tra le due Italie continua ad allargarsi? non è un problema che riguarda il Bossi di turno. È il federalismo bellezza.
Addirittura per scippare fondi al Sud in «Padania» si sono inventati anche una nebulosa «questione settentrionale». Però, intanto, a quegli sprovveduti dei meridionali gli facciamo credere che sono in arrivo un po’ d’infrastrutture per lo sviluppo, per il turismo, per la scuola e il dado è tratto. Dove prendiamo i soldi per finanziare questi investimenti? Non lo diciamo. È l’ennesimo gioco delle tre carte. Infatti dei 100 miliardi mago-Silvio ammette: «20 sono in programmazione e altri ottanta o non sono stati spesi o sono bloccati da mille rivoli». Insomma non si sanno che fine hanno fatto, ma Fitto, l’ultimo dei fedelissimi, non si scompone e imperturbabile dice: «Noi dobbiamo recuperare senso di responsabilità».
Certo, quel senso di responsabilità che se ne avesse un pochino lo porterebbe a dimettersi dal governo più antimeridionale degli ultimi sedici anni.
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POMPEI, CRONACA DI UN CROLLO ANNUNCIATO
NAPOLI 16/09/2010. Dice il poeta Bondi: «Se come ministro avessi delle responsabilità mi sarei già dimesso. I crolli non sono stati causati da mancanza di fondi». Certo non tutte le responsabilità del crollo della Schola gladiatoria di Pompei sono sue, ma sta di fatto che il tracollo è avvenuto sotto la gestione del suo ministero (dei Beni culturali). Su questo non ci sono dubbi. Come non ci sono dubbi sulle sforbiciate che ha fatto alla cultura. Tra l’altro a parlare dei siti archeologici abbandonati, tra cui proprio Pompei, è stato proprio “L’espresso” del 14 ottobre scorso. Scriveva, un mese fa, l’autorevole settimanale: «Mentre gli investimenti per la manutenzione di musei, opere d’arte, scavi archeologici, biblioteche e archivi hanno subito tagli che superano il 30 per cento». Certo le immagini del crollo sono l’emblema di un Paese allo sfascio proprio nel settore dove dovremmo esse primi al mondo. E invece? Aggiunge il giornale: «Fino al caso limite di Pompei (…). Soldi non ce ne sono nemmeno qui. I turisti diminuiscono e molte zone dello scavo devono restare chiuse al pubblico».
Tuttavia, se per il capo dello Stato, Napolitano, le immagine del crollo «sono una vergogna», il leghista Zaia definisce Pompei «quattro calcinacci». Dimenticando, o facendo finta di dimenticare, che il suo partito governa insieme al verseggiatore Bondi. Il quale, nel frattempo, continua a negare ogni responsabilità, dimenticando (anche lui?) che proprio secondo fonti del suo ministero i finanziamenti destinati ai lavori di restauro e manutenzione dei siti archeologici sono stati dimezzati negli ultimi tre anni. Eccoli. I fondi per i «beni storici-artistici» sono passati da 24.088.421 a 11.845.411 euro. Per i «beni architettonici» da 43.915.555 a 36.468.110 euro. Per «l’antichità» da 30.379.002 a 18.633.782 euro.
Ora però il sommo poeta promette di riparare i danni. Cioè si chiudono le stalle dopo che i buoi sono scappati. Dimenticavamo. Il titolo dell’articolo del periodico è “Cade a pezzi anche il Colosseo”. Ma a cadere a pezzi è stato invece una parte di Pompei. Ed è proprio il caso di dire: cronaca di un crollo annunciato.
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LICENZIAMENTI DI STATO
Comunità montana del Fortore: 17 licenziamenti di Stato di cui nessuno parla
BENEVENTO 5/11/2010. Apriamo questa rubrica con il racconto del dramma del lavoro. Della tragica vicenda dei diciassette dipendenti messi in mobilità dalla Comunità montana del Fortore, con sede a San Bartolomeo in Galdo, provincia di Benevento. Caso unico in Campania. E di cui nessuno parla. Diciassette famiglie da mesi senza stipendio nella realtà più povera della regione.
Eppure, i vertici della Comunità non hanno perso tempo a far recapitare all’inizio dell’anno la lettera della cosiddetta messa in disponibilità. La scelta si giustifica – secondo l’ente – con i tagli voluti dal governo centrale. Senza soldi si riesce a malapena a coprire lo stipendio di soli 15 dipendenti su 32, per cui gli altri 17 si arrangino. L’elenco degli esuberi però è stato fatto in base ad una graduatoria che non tiene conto dell’età di queste persone, quasi tutti ancora giovani per la pensione ma vecchi per un nuovo lavoro. L’assurdo è che l’ente ora pensa a una «nuova dotazione organica del personale». Ma come, non mancavano i finanziamenti?
Da parte loro i sindacati confederali (per una volta uniti) nei mesi scorsi hanno iniziato una serie di mobilitazioni fino a giungere ad un tentativo di conciliazione presso l’Ufficio del lavoro del capoluogo sannita, al quale per ben due volte i vertici della Comunità non si sono presentati.
Dopo un lungo braccio di ferro si è arrivati a un accordo che prevede una sorta di “patto di solidarietà”: gli altri dipendenti rinunciano a una parte dello stipendio in favore dei colleghi messi in mobilità. Peccato che chi doveva solidarizzare non è stato mai interpellato, così ad oggi i diciassette impiegati sono ancora lì ad aspettare l’ottanta per cento dello loro stipendio, così come previsto dalla legge.
Situazione, quest’ultima, criticata anche dalla Cisl provinciale: «L’unica cosa – scrive in una nota – che la Comunità montana è stata capace di produrre è stata la messa in disponibilità, e quindi il licenziamento, di diciassette lavoratori ai quali, da mesi, viene negato il salario». Il sindacato ha anche inviato un esposto al ministro Brunetta e alla Corte dei conti. Arriveranno gli ispettori ad effettuare le verifiche contabili? Vedremo. Intanto la casta ha altro a cui pensare, anche quando a licenziare è lo Stato.
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